Domenica 21 Ottobre 2018
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Partecipazione attiva e inclusione degli stranieri

  • Giovedì, 31 Maggio 2018 09:27

È a partire dal 2004 che gli indirizzi comunitari sulla partecipazione civica, culturale e politica dei cittadini provenienti da paesi non UE, hanno espresso la necessità che gli immigrati divengano una voce attiva nella formulazione di politiche che li riguardano direttamente al fine di migliorare le loro condizioni e accrescere il loro senso di appartenenza. Nel Manuale sull’integrazione per responsabili delle politiche di integrazione e operatori del settore del 2010 la Commissione UE mette in risalto l’importanza di “istituire piattaforme di dialogo tra rappresentanti di cittadini immigrati e governi locali”, e nei documenti della Conferenza Ministeriale (The consolidation of the EU framework on integration, 2010) si riconosce come le politiche di partecipazione siano ancora deboli e si auspica lo sviluppo di dispositivi di consultazione durante il processo decisionale.

Nel 2016, l’Action Plan on the integration of third country nationals della UE sottolinea nuovamente il rapporto tra partecipazione attiva e inclusione.

Questa “svolta partecipativa” evidenzia la necessità di integrare i soggetti investiti da politiche pubbliche nel processo della loro definizione e implementazione, attraverso forme come la democrazia partecipativa, il dialogo civile o la co-progettazione e si realizza in forme di consultazione degli stakeholder nella definizione delle politiche, nella creazione di luoghi di ascolto e momenti di co-decisione come la progettazione partecipata.

Nonostante l’ormai riconosciuto fenomeno della stabilizzazione della presenza degli immigrati in Italia e una diffusa partecipazione in termini di associazioni di immigrati - 2.118 quelle mappate dal “Portale Integrazione Migranti” – oggi si registrano ancora difficoltà e ritardi nello sviluppo di solide e autonome forme di rappresentanza nella relazione e nel dialogo con le istituzioni. Lo stesso mondo dell’associazionismo presenta fragilità dovute alla mancanza di competenze per l’accesso a finanziamenti, alle scarse risorse, scarsa conoscenza del sistema dei servizi, alla mancanza di sedi.

 

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